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Pro.Vocazione Live

Pro.Vocalive nasce da un'idea di Valeria Zangaro. La direzione editoriale è di Davide Ricchiuti. Qui trovi i contributi delle autrici provocatorie che pubblichiamo online per una fruizione più immediata dei testi. Nella pagina Pro.Vocazione trovi tutti i numeri cartacei della rivista distribuiti nelle librerie indipendenti che sostengono il progetto. Buona lettura.

 

Non avevamo mai visto la signora Nitti volare

Luglio 2026

Non avevamo mai visto la signora Nitti volare

Non avevamo mai visto la signora Nitti volare, ma sapevamo per certo che tra le scapole teneva strette strette due ali come quelle degli uccelli piccoli. Senza piume, ricoperte da una membrana collosa che in trasparenza avrebbe rivelato venature rigonfie, e con le ossa a vista simili a lunghe falangi. Il tipo di ali che t’immagini staccarsi con un rumore di palpebra dalle pareti di un uovo appena schiuso, a cui subito s’appiccica la sporcizia del nido.

La signora Nitti la conoscevamo anche se non la si vedeva in giro molto spesso e non apriva mai le finestre; quando lo faceva, era per spargere briciole, semi e pezzi di carne e pesce maleodoranti per gli uccelli intorno al cornicione del terrazzo, che era tutto stipato di cose sue, traboccante peggio di un magazzino generale, tanto che i vicini l’avevano soprannominato «la discarica».

Quando la signora Nitti spargeva il cibo, gli uccelli accorrevano, gridando, da tutto il quartiere. Interi stormi di piccioni, tortore, gabbiani richiamati da chissà dove, piombavano sul terrazzo con uno svolazzare d’ali che sembrava in grado di spostare le nuvole dal cielo. Gli unici che si tenevano a distanza con aria altera erano i corvi, asserragliati sul tetto della palazzina opposta alla nostra, con un’aria d’inesprimibile disprezzo.

Mia madre, se capitavamo di passare lì sotto il giovedì mattina di ritorno dal mercato, prendeva un po’ ad assomigliargli, ai corvi; incassava la testa tra le spalle, storceva la faccia in un’espressione strana, offesa da tutto quel trambusto animale. «Quella roba lì,» mi diceva «quella roba lì, Rosa, è tutta immondizia, porta le malattie, non ci andare sotto, stammi a sentire, manco per giocare, che poi capita pure che vi cacano in testa.»

A me mia madre, d’estate, mi lasciava portare la busta con le verdure, e siccome insistevo per usare quella azzurra a rete tutta bucata, l’arrivo degli uccelli, il loro stridio pazzo, s’accompagnava alla sensazione delle frustate fresche che i gambi di sedano m’imprimevano sul fianco, mentre la terra delle patate prendeva a scorticarmi, sfregando, la coscia sinistra. Erano estati lunghissime, quelle, che io e Mariam passavamo di norma sdraiate sulle piastrelle delle rispettive cucine, guardando Sailor Moon e passandoci i Polaretti lungo il collo e le braccia, giocando a nascondino nelle cantine del condominio, inseguendo i gatti randagi nel parcheggio e costeggiando la statale per raggiungere il Bar Tetris, con l’asfalto che si mangiava, un passo dietro l’altro, la suola gommosa dei sandali. Fino a là andavamo di solito sapendo di trovarci Pollo, il cugino tatuato di Mariam.

Pollo all’epoca doveva avere suppergiù vent’anni, e ogni volta che ci vedeva comparire sui gradini del Tetris faceva un fischio e diceva: «Eccollà, le mie cuginette teppistelle» anche se io, cugina del Pollo, mica lo ero: ma mi faceva piacere che chiamasse così pure a me. Pollo ci pagava la Sprite e ci dava i gettoni per giocare a Street Fighter, tifando un po’ per me e un po’ per Mariam. Era molto equo, in questo, non gli piaceva mettere zizzagna. Lavorava come aiuto benzinaio in fondo alla strada, al di là dell’incrocio dove ci stava l’alimentare della Cinzia, e i soldi che guadagnava se li spendeva in Ceres e tatuaggi. Li aveva su tutte le braccia, il petto e le gambe, e ci raccontava sempre una storia diversa sul perché se li era fatti. Mariam un giorno mi aveva svelato come mai lo chiamavano Pollo: a quanto pare, qualcuno aveva messo in giro la voce che, oltre a pomparsi i muscoli nella sala pesi che aveva improvvisato in cameretta, si mangiava un pollo arrosto intero per pranzo, ogni giorno, ed era per questo che i muscoli gli montavano su così facilmente.

In seguito, durante l’adolescenza, avrei scoperto che sul cugino di Mariam ne circolavano diverse, di voci, e che oltre a Pollo aveva molti altri nomi. Fichetta, Succhiello, Cul’n’Rot. Ma all’epoca per me Pollo era solo Pollo e ci pagava la Sprite guardandoci giocare al flipper.

L’estate della signora Nitti però era successo un certo fattaccio al Pollo che se ne poteva parlare solo bisbigliando. Era capitato che era dovuto rimanere con entrambe le gambe ingessate a casa e non poteva muoversi né lavorare né fare niente. La mamma di Mariam aveva detto alla mia che era stato un incidente, uno di quegli imbecilli ubriachi che andavano sparati tirando dritto dalla pompa di benzina, ma in giro si diceva che lo avevano messo sotto i gemelli, i caprari spacca-bottiglie, e che sopra le gambe c’erano passati due volte prendendosi pure il tempo d’ingranare la retromarcia. E così era stato che per un pezzo il Pollo non c’era andato al Tetris, e pure a noi non veniva più tanta voglia d’andarci, senza di lui. Eravamo salite a trovarlo una volta, io e Mariam. Aveva il viso tutto gonfio e viola e beveva dalla cannuccia chiudendo gli occhi. Ci aveva detto: «Brave cuginette» e la sua voce era sottile sottile.

Un pomeriggio Mariam era sdraiata accanto a me. Attraverso le tapparelle abbassate, i raggi ci cucivano addosso filigrane impalpabili sulla pelle. Strisciavamo la schiena sul pavimento a seconda di dove volevamo che cadesse il disegno: puntini traforati intorno all’ombelico, rettangoli paralleli sul costato o sopra il collo del piede, e in quei momenti era un po’ come se fossimo tatuate anche noi ma non con lo stesso inchiostro scuro di Pollo, il nostro era dorato, cambiava forma, si spostava, e questo ci faceva sentire speciali.

Dissi a Mariam che in realtà, al Pollo, l’avevano fatto apposta a renderlo storpio. Pensavo che l’avrei sconvolta, a rivelarle un segreto del genere, ma lei mi aveva risposto tutta calma e composta che succede proprio così quando bisogna liberarsi di qualcosa di vecchio. «Quando il bruco diventa farfalla fa un male cane, che ti credi?, e a volte bisogna darle una mano alla farfalla per farla diventare quella che è destinata a essere. Prendi la Nitti,» aveva detto, «quella è evidente che ha da spiccare il volo con tutti quegli uccelli amici suoi, è che c’ha una fifa terribile. Il Pollo sistemato così, invece, è già a metà strada, gli hanno dato una mano. Gli spunteranno gambe nuove di zecca e andrà più forte di prima, vedrai.» A quel punto Mariam si era tirata su di colpo, i fasci di luce infiltrata sembravano affettarle la faccia in nastri sottili, i codini laterali le rimbalzarono sulle spalle.

Appoggiando lentamente l’avambraccio sopra il ginocchio, guardò verso la porta e mi disse: «Perché non andiamo a spiare la Nitti?». E così avevamo preso l’abitudine di andare dalla Nitti, ogni giorno, e con l’orecchio accostato alla porta la sentivamo gemere e cadere, con una voce cavernosa d’uomo che gridava in dialetto insulti irripetibili.

A noi, tutte quelle cose che il marito le sputava addosso, non ci sembravano proprio possibili.

Ascoltavamo rumori così forti che i muri ci si crepavano sotto le dita, sedie ribaltate, bicchieri rotti, tonfi sordi come di sacchi lanciati per terra o contro le pareti. La signora Nitti non parlava mai. Se avvertivamo i passi dell’uomo avvicinarsi alla porta, io e Mariam ci andavamo a nascondere al piano di sopra, la sensazione della pipì nella vescica come un sacchetto di spine. Una volta tornate a origliare, sentivamo provenire da dentro un bassissimo rantolio, un tubare isolato, che si trascinava in un punto della casa sempre più lontano.

L’idea di aiutare la signora Nitti a trasformarsi in uccello e a volare era stata di Mariam: disse che bisognava lasciarle un biglietto per darle coraggio o non ce l’avrebbe mai fatta da sola. «Ma è importante» mi disse, e scrollava i codini stappando la penna con i brillantini verdi al profumo di mela. «Bisogna che capisce che la soluzione è a portata di mano, che può farcela, che deve spalancare le ali, che solo così sarà libera per davvero.» E allora le avevamo scritto, alla Nitti: ma cosa, quello non me lo ricordo più.

Ricordo solo il giorno in cui glielo avevamo lasciato, il biglietto, infilandolo sotto la porta, piegato in quattro, mentre un ansare da respiro scheggiato raspava dietro l’uscio. Poi solo silenzio. Accadde qualche settimana dopo.

Io e Mariam stavamo tornando dalla Cinzia, ognuna con il proprio pacchetto di cicche nella tasca, comprato con gli spicci del Pollo. Avevamo visto da lontano il blu intermittente delle sirene della polizia, quello rosso dell’ambulanza. C’era una folla assiepata all’ingresso del nostro palazzo, eppure mi sembrava come se tutto il caseggiato, il quartiere, la città avessero smesso di esistere. E in quel silenzio impossibile, si sentiva un unico suono: quello degli uccelli, tutti quanti, i piccioni e le tortore e i gabbiani, perfino i corvi, che volavano in tondo all’altezza della discarica della signora Nitti, con lo stridio pazzo di sempre, ma più solenne. Da non so dove era sbucata mia madre, m’aveva afferrata per il polso e m’aveva trascinata via, avevo solo fatto in tempo a vedere Mariam che scompariva sgattaiolando in avanti tra le gambe dei grandi.

Il giorno dopo bussò come sempre alla porta e andammo subito a stenderci sul pavimento della cucina senza dirci una parola, le tapparelle abbassate, facendo finta di niente. Poi dalla tasca dei pantaloncini aveva estratto qualcosa, che allungò verso di me con il pugno chiuso: pensavo fosse una cicca, ma al centro del palmo Mariam teneva un dente. Lo guardai e non ci fu bisogno di chiedere nulla: la signora Nitti s’era liberata, se n’era andata volando, e Mariam me ne stava offrendo la prova, perché ai volatili, nel becco, i denti non ci stavano.

Autore

Marta Cristofanini

Marta Cristofanini nasce a Genova e, dopo qualche giro un po’ più lungo, ci ritorna.

Si laurea in Filosofia e Scienze cognitive; dopo aver lavorato per qualche anno nell’ambito dell’intelligenza artificiale, decide che vale la pena dedicarsi di più a quella umana e comincia a insegnare come docente nelle scuole superiori.

Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste tra cui «Rivista Blam!», «Altri Animali», «Risme», «biró», «Turchese» e «Lunario». Nel 2025 ha esordito con Selenide, edito da Racconti edizioni, vincitore nello stesso anno del premio Internazionale della città di Como come Opera prima.

Editor

Valeria Zangaro