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Pro.Vocalive nasce da un'idea di Valeria Zangaro. La direzione editoriale è di Davide Ricchiuti. Qui trovi i contributi delle autrici provocatorie che pubblichiamo online per una fruizione più immediata dei testi. Nella pagina Pro.Vocazione trovi tutti i numeri cartacei della rivista distribuiti nelle librerie indipendenti che sostengono il progetto. Buona lettura.

 

Il viaggio poetico di Opal Palmer Adisa

Agosto 2026

Il viaggio poetico di Opal Palmer Adisa

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È un onore per noi redattori di Pro.Vocazione ospitare un contributo inedito di Opal Palmer Adisa in cui l'autrice racconta il suo viaggio poetico. Lo riportiamo qui in traduzione italiana (a cura di Davide Ricchiuti) e, più sotto, in versione originale, dove è possibile leggere anche la biografia di Adisa. Il libro di cui l'autrice parla nel saggio è La lingua è un tamburo edito da Multimedia Edizioni, 2025.

It is an honour for us to publish an original contribution by Opal Palmer Adisa, in which the author reflects on her poetic journey. We present it here in Italian translation (by Davide Ricchiuti), followed below by the original version, which also includes Adisa’s biography. The book the author refers to in the essay is La lingua è un tamburo, published by Multimedia Edizioni in 2025.

LA MIA LINGUA È UN TAMBURO

IL MIO VIAGGIO POETICO

È appropriato che il titolo di questa raccolta italiana sia La lingua è un tamburo, perché la mia lingua è davvero un tamburo. Proprio come dice la poesia, la lingua è un’antica forma di comunicazione, così come il tamburo è stato il primo vero telefono cellulare, di molto antecedente alla tecnologia moderna: permetteva, infatti, alle persone di parlare attraverso le distanze, di inviare messaggi che venivano compresi a livello profondo. Il tamburo rimane ancora oggi uno strumento essenziale in molte tradizioni africane, in particolare nella cosmologia religiosa dell’Africa occidentale, dove nessuna cerimonia sacra può avere inizio senza il suo ritmo.

Il mio lavoro mi connette, in quanto donna giamaicana di origine africana, alla più vasta diaspora africana: alle popolazioni del Nord America, del Sud America e del continente africano. La mia poesia parla delle questioni che noi neri ci troviamo ad affrontare come discendenti dei colonizzati, come persone alle quali sono stati sottratti il lavoro, la lingua, il nome, soprattutto noi della diaspora. Per me questa poesia è un importante refrain, un inno alla resilienza e la scelta perfetta per questa raccolta. Sono profondamente grata a Casa della Poesia per aver dato valore al mio lavoro, e in particolare a Raffaella Marzano per la traduzione.

Le poesie di questo libro offrono uno sguardo intimo su di me come poetessa, riflettono i temi e le inquietudini che hanno plasmato il mio percorso di scrittura. Percorro questa strada da molto tempo e il mio obiettivo non è mai stato soltanto quello di condividere le mie esperienze personali. Scrivo piuttosto per creare consapevolezza, per amplificare le voci della mia gente: per coloro che lottano, per coloro che sono stati messi a tacere, per chi è stato fatto sentire indegno, per chi ha interiorizzato la menzogna coloniale secondo cui vale meno degli altri.

Cresciuta con una madre attivista e in una piantagione di canna da zucchero, ho assistito in prima persona alle profonde disparità tra dirigenti e sorveglianti bianchi europei e i lavoratori neri che faticavano sotto i loro ordini, spesso poveri, spesso con un’istruzione limitata. In quanto donna istruita e appartenente alla classe media, riconosco il mio privilegio e uso la mia voce per mettere in luce le condizioni socioeconomiche del mio popolo, per parlare a nome di coloro che non si sentono ascoltati.

Il mio viaggio è circolare, in continua evoluzione, e interroga incessantemente le norme che ci sono state imposte. So che la percezione che il mondo ha dell'Africa come povera e sottosviluppata è il risultato diretto dello sfruttamento e del saccheggio delle risorse del continente. In questa perdita non è stata derubata soltanto l’Africa, della sua ricchezza e della sua saggezza: è stata derubata anche l’Europa. Nonostante l’illusione del progresso che appare sulla carta, l’Europa rimane sottosviluppata nella sua umanità e continua ad aggrapparsi a una politica divisiva e oppressiva.

La lingua è un tamburo è il mio appello all’azione, il mio grido rivoluzionario. È la lingua che rifiuta di essere messa a tacere. Non potete ridurmi al silenzio. Anche se mi tagliaste la lingua, come accadde ad alcuni dei miei antenati che osarono parlare, che osarono fuggire, troverei comunque un modo per comunicare. Parlerei attraverso le lingue, i gesti, i sentimenti, le vibrazioni. Continuerei a essere un tamburo.

Come poetessa e romanziera, il mio lavoro riflette la mia eredità e la mia identità caraibica, in particolare giamaicana. La mia scrittura serve a portare alla luce le verità, a prendermi cura delle ferite, a guarire. Serve a celebrare la nostra forza, a riconoscere le montagne e le valli che abbiamo attraversato per riuscire a stare saldamente in piedi sulle nostre gambe.

Sono grata di essere ancora in cammino e spero che il mio lavoro abbia fatto luce, abbia informato, abbia ispirato, abbia creato uno spazio per la verità.

La lingua parla. Io parlo. La lingua non è muta, non è priva di voce, non è priva di intelligenza. La lingua è un tamburo e io continuerò a batterne il ritmo, a far sì che venga ascoltato.

Testo originale in lingua inglese di Opal Palmer Adisa

(Traduzione italiana di Davide Ricchiuti)

My Tongue is a Drum: My Poetic Journey

By Opal Palmer Adisa

It is fitting that the title of this Italian collection is The Tongue is a Drum because my tongue is a drum. As the poem says, the tongue is an ancient form of communication, just as the drum was the first real cell phone — long before modern technology — allowing people to speak across distances, to send messages that were profoundly understood. The drum remains an essential instrument in many African traditions, particularly in West African religious cosmology, where no sacred ceremony can begin without its rhythm.

My work connects me, an African Jamaican woman, to the larger African diaspora—the people of North America, South America, and the African continent. My poetry speaks to the issues we face as Black people, as descendants of the colonized, as those who have lost our jobs, our languages, our names — especially those of us in the diaspora. For me, this poem is an important refrain, an anthem of resilience, and the perfect choice for this collection. I am deeply grateful to Casa della Poesia for honoring my work, and especially Raffaella Marzano for the translation.

The poems in this book provide an intimate look at me as a poet, reflecting the themes and concerns that have shaped my writing journey. I have been on this path for a long time, and my goal has never been solely to share my personal experiences. Rather, I write to raise awareness, to amplify the voices of my people — those struggling, those silenced, those made to feel unworthy, those who have internalized the colonial lie that they are less than. Raised by an activist mother and growing up on a sugar estate — a former plantation — I witnessed firsthand the stark disparities between the white European managers and overseers and the Black laborers who toiled beneath them, often poor, often semi-educated. As a middle-class, educated woman, I recognize my privilege, and I use my voice to highlight the socioeconomic conditions of my people, to speak for those who feel unheard. My journey is circular, ever-evolving, always interrogating the norms that have been forced upon us. I know that the world’s perception of Africa as impoverished and underdeveloped is a direct result of the exploitation and plundering of the continent’s resources. In this loss, not only was Africa robbed of its wealth and wisdom, but so too was Europe — despite its illusion of progress on paper, it remains underdeveloped in its humanity, still clinging to divisive, oppressive politics.

The Tongue is a Drum is my call to action, my revolutionary cry. It is the tongue that refuses to be silenced. You cannot silence me. Even if you cut out my tongue—as was done to some of my ancestors who dared to speak, who dared to run—I will still find a way to communicate. I will speak in tongues, in gestures, in feelings, in vibrations. I will continue to be a drum. As a poet and novelist, my work reflects my Caribbean, specifically Jamaican, heritage and identity. My writing is about exposing truths, about tending to wounds, about healing. It isabout celebrating our strengths, acknowledging the hills and valleys we have crossed to stand firmly on our own two feet. I am grateful to still be on this journey, and I hope that my work has illuminated, has informed, has inspired, has held space for truth.

The tongue speaks. I speak. The tongue is not dumb, mute, or unintelligent. The tongue is a drum and I will continue to beat its rhythm, to make it heard.


Autore

Opal Palmer Adisa

Opal Palmer Adisa (6/11/1954) è una poetessa, romanziera, performance artist ed educatrice giamaicana e statunitense. Le sue opere sono state pubblicate in oltre 400 antologie e pubblicazioni, e da anni porta regolarmente la sua poesia e la sua scrittura sulla scena internazionale.

Professoressa emerita al California College of the Arts, Adisa è attualmente direttrice dell’Institute for Gender and Development Studies presso l’University of the West Indies, nel campus di Mona, in Giamaica, dove oggi vive.

 

Testo in inglese

 

Opal Palmer Adisa (born 6 November 1954) is a Jamaican and American poet, novelist, performance artist and educator. Anthologized in more than 400 publications, she has been a regular performer of her work internationally. Professor Emeritus at California College of the Arts, Adisa is also the current Director of the Institute for Gender and Development Studies at the University of the West Indies, Mona Campus in Jamaica, where she currently resides.

Non avevamo mai visto la signora Nitti volare

Luglio 2026

Non avevamo mai visto la signora Nitti volare

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Non avevamo mai visto la signora Nitti volare, ma sapevamo per certo che tra le scapole teneva strette strette due ali come quelle degli uccelli piccoli. Senza piume, ricoperte da una membrana collosa che in trasparenza avrebbe rivelato venature rigonfie, e con le ossa a vista simili a lunghe falangi. Il tipo di ali che t’immagini staccarsi con un rumore di palpebra dalle pareti di un uovo appena schiuso, a cui subito s’appiccica la sporcizia del nido.

La signora Nitti la conoscevamo anche se non la si vedeva in giro molto spesso e non apriva mai le finestre; quando lo faceva, era per spargere briciole, semi e pezzi di carne e pesce maleodoranti per gli uccelli intorno al cornicione del terrazzo, che era tutto stipato di cose sue, traboccante peggio di un magazzino generale, tanto che i vicini l’avevano soprannominato «la discarica».

Quando la signora Nitti spargeva il cibo, gli uccelli accorrevano, gridando, da tutto il quartiere. Interi stormi di piccioni, tortore, gabbiani richiamati da chissà dove, piombavano sul terrazzo con uno svolazzare d’ali che sembrava in grado di spostare le nuvole dal cielo. Gli unici che si tenevano a distanza con aria altera erano i corvi, asserragliati sul tetto della palazzina opposta alla nostra, con un’aria d’inesprimibile disprezzo.

Mia madre, se capitavamo di passare lì sotto il giovedì mattina di ritorno dal mercato, prendeva un po’ ad assomigliargli, ai corvi; incassava la testa tra le spalle, storceva la faccia in un’espressione strana, offesa da tutto quel trambusto animale. «Quella roba lì,» mi diceva «quella roba lì, Rosa, è tutta immondizia, porta le malattie, non ci andare sotto, stammi a sentire, manco per giocare, che poi capita pure che vi cacano in testa.»

A me mia madre, d’estate, mi lasciava portare la busta con le verdure, e siccome insistevo per usare quella azzurra a rete tutta bucata, l’arrivo degli uccelli, il loro stridio pazzo, s’accompagnava alla sensazione delle frustate fresche che i gambi di sedano m’imprimevano sul fianco, mentre la terra delle patate prendeva a scorticarmi, sfregando, la coscia sinistra. Erano estati lunghissime, quelle, che io e Mariam passavamo di norma sdraiate sulle piastrelle delle rispettive cucine, guardando Sailor Moon e passandoci i Polaretti lungo il collo e le braccia, giocando a nascondino nelle cantine del condominio, inseguendo i gatti randagi nel parcheggio e costeggiando la statale per raggiungere il Bar Tetris, con l’asfalto che si mangiava, un passo dietro l’altro, la suola gommosa dei sandali. Fino a là andavamo di solito sapendo di trovarci Pollo, il cugino tatuato di Mariam.

Pollo all’epoca doveva avere suppergiù vent’anni, e ogni volta che ci vedeva comparire sui gradini del Tetris faceva un fischio e diceva: «Eccollà, le mie cuginette teppistelle» anche se io, cugina del Pollo, mica lo ero: ma mi faceva piacere che chiamasse così pure a me. Pollo ci pagava la Sprite e ci dava i gettoni per giocare a Street Fighter, tifando un po’ per me e un po’ per Mariam. Era molto equo, in questo, non gli piaceva mettere zizzagna. Lavorava come aiuto benzinaio in fondo alla strada, al di là dell’incrocio dove ci stava l’alimentare della Cinzia, e i soldi che guadagnava se li spendeva in Ceres e tatuaggi. Li aveva su tutte le braccia, il petto e le gambe, e ci raccontava sempre una storia diversa sul perché se li era fatti. Mariam un giorno mi aveva svelato come mai lo chiamavano Pollo: a quanto pare, qualcuno aveva messo in giro la voce che, oltre a pomparsi i muscoli nella sala pesi che aveva improvvisato in cameretta, si mangiava un pollo arrosto intero per pranzo, ogni giorno, ed era per questo che i muscoli gli montavano su così facilmente.

In seguito, durante l’adolescenza, avrei scoperto che sul cugino di Mariam ne circolavano diverse, di voci, e che oltre a Pollo aveva molti altri nomi. Fichetta, Succhiello, Cul’n’Rot. Ma all’epoca per me Pollo era solo Pollo e ci pagava la Sprite guardandoci giocare al flipper.

L’estate della signora Nitti però era successo un certo fattaccio al Pollo che se ne poteva parlare solo bisbigliando. Era capitato che era dovuto rimanere con entrambe le gambe ingessate a casa e non poteva muoversi né lavorare né fare niente. La mamma di Mariam aveva detto alla mia che era stato un incidente, uno di quegli imbecilli ubriachi che andavano sparati tirando dritto dalla pompa di benzina, ma in giro si diceva che lo avevano messo sotto i gemelli, i caprari spacca-bottiglie, e che sopra le gambe c’erano passati due volte prendendosi pure il tempo d’ingranare la retromarcia. E così era stato che per un pezzo il Pollo non c’era andato al Tetris, e pure a noi non veniva più tanta voglia d’andarci, senza di lui. Eravamo salite a trovarlo una volta, io e Mariam. Aveva il viso tutto gonfio e viola e beveva dalla cannuccia chiudendo gli occhi. Ci aveva detto: «Brave cuginette» e la sua voce era sottile sottile.

Un pomeriggio Mariam era sdraiata accanto a me. Attraverso le tapparelle abbassate, i raggi ci cucivano addosso filigrane impalpabili sulla pelle. Strisciavamo la schiena sul pavimento a seconda di dove volevamo che cadesse il disegno: puntini traforati intorno all’ombelico, rettangoli paralleli sul costato o sopra il collo del piede, e in quei momenti era un po’ come se fossimo tatuate anche noi ma non con lo stesso inchiostro scuro di Pollo, il nostro era dorato, cambiava forma, si spostava, e questo ci faceva sentire speciali.

Dissi a Mariam che in realtà, al Pollo, l’avevano fatto apposta a renderlo storpio. Pensavo che l’avrei sconvolta, a rivelarle un segreto del genere, ma lei mi aveva risposto tutta calma e composta che succede proprio così quando bisogna liberarsi di qualcosa di vecchio. «Quando il bruco diventa farfalla fa un male cane, che ti credi?, e a volte bisogna darle una mano alla farfalla per farla diventare quella che è destinata a essere. Prendi la Nitti,» aveva detto, «quella è evidente che ha da spiccare il volo con tutti quegli uccelli amici suoi, è che c’ha una fifa terribile. Il Pollo sistemato così, invece, è già a metà strada, gli hanno dato una mano. Gli spunteranno gambe nuove di zecca e andrà più forte di prima, vedrai.» A quel punto Mariam si era tirata su di colpo, i fasci di luce infiltrata sembravano affettarle la faccia in nastri sottili, i codini laterali le rimbalzarono sulle spalle.

Appoggiando lentamente l’avambraccio sopra il ginocchio, guardò verso la porta e mi disse: «Perché non andiamo a spiare la Nitti?». E così avevamo preso l’abitudine di andare dalla Nitti, ogni giorno, e con l’orecchio accostato alla porta la sentivamo gemere e cadere, con una voce cavernosa d’uomo che gridava in dialetto insulti irripetibili.

A noi, tutte quelle cose che il marito le sputava addosso, non ci sembravano proprio possibili.

Ascoltavamo rumori così forti che i muri ci si crepavano sotto le dita, sedie ribaltate, bicchieri rotti, tonfi sordi come di sacchi lanciati per terra o contro le pareti. La signora Nitti non parlava mai. Se avvertivamo i passi dell’uomo avvicinarsi alla porta, io e Mariam ci andavamo a nascondere al piano di sopra, la sensazione della pipì nella vescica come un sacchetto di spine. Una volta tornate a origliare, sentivamo provenire da dentro un bassissimo rantolio, un tubare isolato, che si trascinava in un punto della casa sempre più lontano.

L’idea di aiutare la signora Nitti a trasformarsi in uccello e a volare era stata di Mariam: disse che bisognava lasciarle un biglietto per darle coraggio o non ce l’avrebbe mai fatta da sola. «Ma è importante» mi disse, e scrollava i codini stappando la penna con i brillantini verdi al profumo di mela. «Bisogna che capisce che la soluzione è a portata di mano, che può farcela, che deve spalancare le ali, che solo così sarà libera per davvero.» E allora le avevamo scritto, alla Nitti: ma cosa, quello non me lo ricordo più.

Ricordo solo il giorno in cui glielo avevamo lasciato, il biglietto, infilandolo sotto la porta, piegato in quattro, mentre un ansare da respiro scheggiato raspava dietro l’uscio. Poi solo silenzio. Accadde qualche settimana dopo.

Io e Mariam stavamo tornando dalla Cinzia, ognuna con il proprio pacchetto di cicche nella tasca, comprato con gli spicci del Pollo. Avevamo visto da lontano il blu intermittente delle sirene della polizia, quello rosso dell’ambulanza. C’era una folla assiepata all’ingresso del nostro palazzo, eppure mi sembrava come se tutto il caseggiato, il quartiere, la città avessero smesso di esistere. E in quel silenzio impossibile, si sentiva un unico suono: quello degli uccelli, tutti quanti, i piccioni e le tortore e i gabbiani, perfino i corvi, che volavano in tondo all’altezza della discarica della signora Nitti, con lo stridio pazzo di sempre, ma più solenne. Da non so dove era sbucata mia madre, m’aveva afferrata per il polso e m’aveva trascinata via, avevo solo fatto in tempo a vedere Mariam che scompariva sgattaiolando in avanti tra le gambe dei grandi.

Il giorno dopo bussò come sempre alla porta e andammo subito a stenderci sul pavimento della cucina senza dirci una parola, le tapparelle abbassate, facendo finta di niente. Poi dalla tasca dei pantaloncini aveva estratto qualcosa, che allungò verso di me con il pugno chiuso: pensavo fosse una cicca, ma al centro del palmo Mariam teneva un dente. Lo guardai e non ci fu bisogno di chiedere nulla: la signora Nitti s’era liberata, se n’era andata volando, e Mariam me ne stava offrendo la prova, perché ai volatili, nel becco, i denti non ci stavano.

Autore

Marta Cristofanini

Marta Cristofanini nasce a Genova e, dopo qualche giro un po’ più lungo, ci ritorna.

Si laurea in Filosofia e Scienze cognitive; dopo aver lavorato per qualche anno nell’ambito dell’intelligenza artificiale, decide che vale la pena dedicarsi di più a quella umana e comincia a insegnare come docente nelle scuole superiori.

Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste tra cui «Rivista Blam!», «Altri Animali», «Risme», «biró», «Turchese» e «Lunario». Nel 2025 ha esordito con Selenide, edito da Racconti edizioni, vincitore nello stesso anno del premio Internazionale della città di Como come Opera prima.

Editor

Valeria Zangaro